Il fenomeno vegan nasce in Inghilterra nel 1944 da una spaccatura nella Vegetarian Society. Una feroce discussione nacque intorno alle implicazioni morali del consumo di latticini. Per alcuni il cibo in questione non provocava nessun danno alle mucche ed era quindi consentito. Per altri il fatto stesso che le mucche fossero sfruttate per produrre latte e quindi latticini era inaccettabile moralmente. Questo secondo gruppo uscì dalla società e formò la nuova Vegan Society.
Oltre al cibo i vegani adottano comportamenti e scelte cruelty free in tutti i campi della loro vita, infatti evitano qualsiasi prodotto ottenuto dallo sfruttamento degli animali, come ad esempio i piumini d’oca, gli abiti in lana, seta o pelle, i cosmetici testati sugli animali.

Le statistiche

Eurispes, nel suo Rapporto Italia 2015, delinea chiaramente la situazione da un punto di vista demografico:
– i vegetariani nel nostro Paese sono il 6,5% della popolazione, ovvero 3,8 milioni di persone, in aumento del 25% rispetto al 2013
– i vegani sono invece lo 0,6%, in tutto 400 mila persone, in forte calo rispetto al 2013 (-55%)
I non-onnivori sono quindi 4,2 milioni di italiani, il 7,1% del totale.

La grande variabilità della popolazione dei non-onnivori è confermata anche da un’autorevole ricerca dello Humane Research Council di Washington, che nel 2014 ha intervistato più di 11.000 americani. Da questa ricerca è emerso che la percentuale di non-onnivori che torna sui suoi passi e riprende a mangiare carne, uova, latticini ecc. ecc. raggiunge l’84%.

Le motivazioni che spingono verso la dieta non-onnivora sono:
– sensibilità verso il mondo animale: 31%
– convinzione che sia una dieta più salutare: 24%
– sensibilità verso problematiche ecologiche e di sostenibilità ambientale: 9%
– altre ragioni (tra cui la più importante probabilmente è il rifiuto dei sistemi di allevamento intensivi): 36%

Una minoranza molto rumorosa

Quindi il fenomeno vegan riguarda la minoranza di una minoranza, eppure sui media la loro presenza è notevole. Come mai? Ecco alcune spiegazioni plausibili:
– le loro motivazioni etiche (evitare le crudeltà sugli animali) li spingono a comportamenti aggressivi verso le persone che non hanno la loro stessa sensibilità. In altre parole: si ergono a paladini di tutte le specie animali, e i paladini devono essere attivi, andare a salvare i loro protetti ovunque si trovino in pericolo, mica solo in cucina;
– da un punto di vista commerciale le aziende non possono prevedere due tipologie diverse di cibi per non-onnivori, quindi preferiscono adottare gli standard più stringenti e vendere alimenti per vegani, che tanto anche i vegetariani possono comprare;
gli estremisti funzionano sempre bene sui media: attirano l’attenzione, fanno discutere, generano click e condivisioni.

La dieta vegana fa male o fa bene?

La comunità scientifica è in gran parte d’accordo sul fatto che la dieta vegana non sia dannosa per la salute, a condizione che si faccia attenzione a garantire il giusto apporto di tutte le sostanze nutritive, cioè che si usino degli integratori proteici.

Stabilire invece se la dieta vegana sia migliore o peggiore, da un punto di vista di salute, di quella onnivora è quasi impossibile. Una rilevazione scientifica del genere si dovrebbe protrarre per almeno un decennio e dovrebbe avere un campione estremamente vasto e transnazionale.

Esiste invece una tendenza per quello che riguarda la salute mentale. Per la delicatezza dell’argomento useremo le parole molto ponderate della dottoressa Anna Momigliano: “finora nessuno è riuscito a stabilire fermamente se vegani e vegetariani tendono ad avere più disturbi mentali degli onnivori. Però gli studi che propendono verso questa conclusione sono più di quelli che propendono per la conclusione opposta, e tra questi c’è anche quello condotto sul campione più vasto e rappresentativo”. Per disturbi mentali si intende essenzialmente l’ansia e la depressione.

Fonti: Ilpost.it

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