La rivoluzione della birra artigianale è un fenomeno che ha interessato il nostro paese a partire dalla metà degli Anni 90, ma l’origine è da ricercarsi a 10.000 chilometri e trent’anni di distanza. Nel 1965, in California, un certo Fritz Maytag rilevò un birrificio quasi fallito, l’Anchor Brewing Company, con l’idea di rilanciarlo con un nuovo posizionamento basato sulla reintroduzione di metodi di birrificazione tradizionali.

Questi metodi produttivi erano stati utilizzati fino al 1800 per creare birre ad alta fermentazione ottenute a medie temperature (15 – 25° C), metodi che erano stati poi sostituiti da procedure a bassa temperatura, più adatte alla produzione industriale in larga scala.
L’idea di Maytag si inseriva perfettamente nell’ideologia hippie del periodo, che propugnava istanze anti-sistema, comportamenti anti-consumistici e promuoveva un generale abbandono delle sofisticazioni della società massificata. Inoltre le birre prodotte da Maytag (con alta gradazione, scure, solo malto, zero additivi e conservanti) si ispiravano ai parametri presenti nell’Editto della Purezza tedesco del 1516 e ricordavano un modo di fare birra molto europeo, negli USA sinonimo di alta qualità.

Il movimento nato in California portò quindi alla riscoperta di antichi stili birrari, dal sapore più ricco e dal corpo più pieno, rivoluzione che conquistò un numero sempre maggiore di consumatori e quindi di imitatori delle idee di Maytag. Dalla California la nuova tendenza si diffuse prima sulla costa est degli USA, e poi in Sudamerica, in Europa del Nord, in Australia e Nuova Zelanda. E poi, più lentamente, in quei paesi che per tradizione avevano una maggiore propensione verso la produzione e il consumo di vino, ovvero l’Europa del Sud.

Nel 1996 in Italia nascevano i primi birrifici artigianali, concentrati in Lombardia, Piemonte e Veneto, per iniziativa di alcuni appassionati che dopo aver viaggiato nei paesi europei a maggiore vocazione birraia (Germania, Belgio, Cecoslovacchia, Gran Bretagna) avevano deciso di replicare anche da noi questa nuova filosofia.
Gli antesignani del movimento italiano sono Teo Musso di Baladin e Agostino Arioli del Birrificio Italiano, a cui poi si aggiunse Leonardo Di Vincenzo della Birra Del Borgo, Luigi d’Amelio di Extraomnes e Riccardo Franzosi del Birrificio Montegioco (per citare solo i più conosciuti) che in breve tempo tracciarono una strada italiana alla birra artigianale, fatta di ingredienti locali, blend fantasiosi e di un estro tipicamente mediterraneo. Oggi in Italia ci sono circa 250 produttori artigianali, divisi tra microbirrerie e brewpub, distribuiti su tutto il territorio, isole comprese.

In questi giorni il parlamento sta discutendo una legge che definisca chiaramente il settore; è già stata approvata dalla Camera una proposta che chiarisce alcuni aspetti: “Si definisce birra artigianale la birra prodotta da piccoli birrifici indipendenti e non sottoposta, durante la fase di produzione, a processi di pastorizzazione e microfiltrazione. Ai fini del presente comma si intende per piccolo birrificio indipendente un birrificio che sia legalmente ed economicamente indipendente da qualsiasi altro birrificio, che utilizzi impianti fisicamente distinti da quelli di qualsiasi altro birrificio, che non operi sotto licenza e la cui produzione annua non superi i 200.000 ettolitri, includendo in questo quantitativo le quantità di prodotto per conto terzi”.

Mentro lo Stato finalmente si accorge di un settore ormai maturo, la qualità della birra artigianale italiana viene riconosciuta da un evento che scatena un putiferio tra gli appassionati: AB InBev, il più grande produttore mondiale, acquisisce il 100% di Birra Del Borgo. Non sono stati divulgati i particolari economici dell’operazione, ma si sa solo che Di Vincenzo resterà amministratore delegato. Resta da vedere cosa intende fare della piccola birreria laziale il colosso americo-belga-brasiliano: continuare la produzione di una birra di alta qualità in piccola serie; usare il brand per creare una linea premium finto-artigianale; oppure ampliare la produzione attuale trasformando il birrificio di Rieti in un player nazionale su una fascia di mercato medio-alta.

Le ragioni per cui è stato impossibile rifiutare una proposta da un gruppo così grande e potente sono facilmente immaginabili e nella peggiore delle ipotesi perderemo un’ottima birra artigianale, ma di certo il movimento italiano non ne risulterà danneggiato perché, parafrasando un noto detto romano, morto un birrificio se ne fa un altro.

Fonti:

Cronachedibirra.it

Dissapore.com/bere

Agriregionieuropa.univpm.it

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