Diciamocelo chiaramente: i milanesi sono l’unica possibilità che ha Starbucks di attecchire in Italia. Solo gli abitanti della New York italiana (nell’autopercezione dei meneghini) possono infatti essere disponibili a provare le arzigogolate bevande che la multinazionale americana della ristorazione propone ai suoi clienti.

Quei beveroni a base di latte, caffè e sostanze zuccherine di varia natura, resi famosi dai film di Hollywood come ad esempio l’immortale Zoolander (in cui il mokafrappuccino è protagonista di una memorabile scena) possono attrarre infatti solo persone che si sentono fortemente attratte dallo stile di vita Made in USA e che desiderano manifestare, con una certa urgenza, quanto si sentano partecipi dello spirito del tempo moderno.

Starbucks, che attraverso la pubblicità si propone come – udite udite – la tipica caffetteria italiana colmerà quindi questa lacuna nella sua espansione geografica e concettuale conquistando anche il Paese che ha dato al mondo il caffè espresso e il cappuccino. Presto anche a Milano potremo assistere allo spettacolo di persone trafelate che corrono verso la metro con una borsa di design in una mano e un bicchierone di plastica bianco e verde nell’altra.

Fondata nel 1971 a Seattle, Starbucks negli anni si è estesa prima all’intero territorio continentale americano e poi ha varcato gli oceani per estendere il proprio impero a livello globale. Oggi dispone di oltre 20.000 punti vendita in 67 Paesi. In Europa non è presente solo in Albania, nei Paesi dell’ex Jugoslavia, in Islanda, nei Paesi baltici, in Macedonia e in Ucraina.

L’apertura di Starbucks in Italia è fissata per i primi mesi del 2017, con la complicità del Gruppo Percassi, già importatore in Italia di brand come Victoria’s Secret (lingerie) e il cui proprietario è il patron della squadra di Serie A dell’Atalanta. Il luogo è ancora da definire ma quasi sicuramente sarà in zona Duomo, in quell’area metropolitana che i milanesi chiamano non a caso “la city“.

L’amministratore delegato e fondatore di Starbucks Howard Shultz – persona sicuramente intelligente – parla di “sfida intrapresa con grande umiltà e rispetto” e racconta che proprio da un suo viaggio in Italia compiuto da giovane nacque l’idea di aprire una catena di caffetterie che trasmettesse la tipica atmosfera dei bar italiani. Certo, poi si sa, il tempo corrompe tutto, e dall’espresso si passa in un attimo al Frappu-moka-caramel-waffle-ccino. Per fortuna ci sono i milanesi, che è il caso di dire, se le bevono tutte.

Fonti: Corriere.it

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