Com’è possibile che negli ultimi trent’anni il prezzo del pane sia aumentato del 1.450% ma il prezzo del grano necessario per farlo sia sempre lo stesso del 1986?

La questione è stata sollevata in modo molto chiaro dal presidente provinciale di Coldiretti, Roberto Paravidino, che ha dichiarato: «Nonostante la buona annata, con qualità e rese maggiori del 2015, i prezzi spuntati dai produttori non coprono più i costi e portano alla chiusura di molte aziende agricole». E questa è la situazione ad Alessandria, che insieme a Bologna, è la capitale del grano in Italia. Figurarsi nel resto del Paese.

Siamo quindi agli inizi di una nuova guerra del grano? Secondo Coldiretti e Confagricoltura, alleati in questa crisi, la situazione non è più sostenibile: le aziende chiudono e la quota di grano importato dall’estero non fa che aumentare. A livello nazionale la produzione complessiva di grano (tenero e duro) è di 79 milioni di quintali, quantitativo che non copre il fabbisogno nazionale. Siamo infatti il popolo che più di ogni altro consuma pasta e pane, dobbiamo quindi importare ogni anno altri 71 milioni di quintali dall’estero, principalmente da Ucraina e Turchia (Paesi sottoposti, peraltro, a forti tensioni geopolitiche).

Uno dei fattori che portano al ribasso il prezzo pagato agli agricoltori (crollato nell’ultimo periodo di un ulteriore 26%) è quindi la concorrenza di Paesi con regolamenti sanitari, burocratici e fiscali completamente diversi da quelle italiane e comunitarie. Uno degli effetti perversi della globalizzazione.

Un altro elemento negativo per gli agricoltori italiani è la speculazione operata dalle multinazionali dei cereali (gli americani dell’ADM e della Cargill; i franco-statunitensi della Louis Dreyfus; gli argentini della Bunge Y Borne e gli svizzeri della Glencore): questa aziende gigantesche possono permettersi di acquistare grano sui mercati mondiali, tenerlo nei magazzini anche per due o tre anni e approfittare del momento favorevole (a seconda delle fluttuazioni delle borse) per rimetterlo sul mercato. Attività finanziarie che gonfiano gli utili delle multinazionali, ma condannano i piccoli produttori alla miseria.

E l’alto costo del pane ha già le prime conseguenze sui consumi: calo del 3% degli acquisti nel 2015 e volumi dimezzati negli ultimi 10 anni. Oggi in Italia si consumano in media 85 grammi a testa al giorno per persona. Il pane artigianale rappresenta l’88% del mercato ma – sottolinea la Coldiretti – cambia la pezzatura più scelta dai consumatori che cala del 50% in dieci anni, da un chilo e mezzo a un chilo. Mentre aumentano gli italiani (oggi sono stimati in più di 16 milioni) che scelgono di prepare ogni tanto il pane in casa.

Nei prossimi mesi vedremo quali strumenti di lotta sceglieranno gli agricoltori e come risponderà il governo italiano, che è vincolato dagli accordi del WTO, ma può mettere in campo delle defiscalizzazioni per i produttori diretti. Sempre che da Bruxelles non vengano considerati come aiuti di Stato.

Fonti: Coldiretti.it

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