Succede a Milano per tre motivi: c’è un ristorante sushi ad ogni isolato; il sushi è considerato il cibo delle modelle, ovvero sazia ma non fa ingrassare; i casi di intossicazione sono così frequenti che si è creato una specie di effetto volano, cioè nei vari Pronto Soccorso sono diventati esperti nel riconoscere i sintomi e dove a Bologna, Firenze o Roma se la caverebbero con una diagnosi generica di intossicazione alimentare, nella città meneghina conoscono la malattia per nome e cognome.

Sindrome sgombroide. I sintomi sono: forte nausea, crampi addominali, mal di testa pulsante, diarrea, arrossamento della pelle su viso e collo, calo della vista. Nei casi di ipersensibilità anche edema della glottide con difficoltà di passaggio dell’aria.

Per le autorità mediche non si può ancora parlare di epidemia, ma i numeri sono preoccupanti: nel 2016 ci sono già stati 38 casi di intossicazione. Dopo un anno record come il 2015, in cui il numero di persone intossicate a Milano è arrivato a quota 47.

La cura per fortuna è semplice
: assunzione immediata di cortisone o altri antistaminici. Poche ore e i sintomi più fastidiosi svaniscono. La situazione diventa più complessa se il paziente è una donna incinta, per le quali non è possibile la terapia a base di cortisonici.
Ricordiamo che oltre alla sindrome sgombroide ci sono altre patologie molto pericolose che possono essere contratte se si mangia pesce crudo non conservato in modo opportuno: la salmonellosi e la parassitosi da Anisakis. In questi casi la terapia è più lunga e complessa.

La situazione è tale che ormai “Mal di sushi a Milano” è diventata un’etichetta giornalistica. E i NAS hanno dovuto avviare controlli a tappeto non solo in tutti i ristoranti che servono pesce crudo, ma anche procedere con ispezioni alla fonte, al mercato del pesce, intercettando parecchie partite di pesce mal conservato.

Il problema non è solo per i tanti, troppi, ristoranti di sushi che popolano Milano (Trip Advisor ne recensisce 2.600), ma anche per tutti quei ristoranti che servono “tranci di tonno appena scottato in crosta di sesamo” ad esempio, ovvero in una eccessiva diffusione del pranzo e della cena a base di pesce crudo o poco cotto. Un’abitudine che sorvola sulle più elementari nozioni di cultura gastronomica, che da sempre considera il pesce crudo un alimento da trattare con estrema attenzione. Il luogo comune che Milano sia il più grande mercato del pesce in Italia è vero, ma questo vuol anche dire che se una percentuale di quel pesce è mal conservato, allora stiamo parlando di migliaia di pezzi.

5 segnali che in quel ristorante è meglio non ordinare sushi:

– il pesce è esposto in vetrina oppure al bancone. Quindi esposto anche al calore delle lampade, all’aria, alla polvere e a ogni agente patogeno;
– spendere meno di 50 euro a testa per mangiare sushi fatto con pesce fresco e conservato con la catena del freddo ininterrotta e francamente difficile;
– diffidare del pesce crudo nei ristoranti cinesi-giapponesi. Soprattutto quelli con formula All You Can Eat;
– un ristorante che espone la provenienza del pesce dimostra una maggiore serietà. Le carni più pericolose sono quelle che vengono dall’oceano Pacifico, a causa del lungo viaggio che devono fare in container, viaggio in cui garantire la catena del freddo è molto delicato e costoso.
– frequentate solo ristorante sushi conosciuti e sperimentati, da voi o dai vostri amici. Ogni avventura rischia di essere punita con un viaggio al Pronto Soccorso.

Se siete appassionati di cucina giapponese e di sushi e volete imparare l’arte della sua preparazione e conservazione, vi consigliamo il nostro corso, tenuto da una docente d’eccezione: Yukie Sakai.

Fonti: Tuttasalute.net

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