È più che una bevanda, è un elemento di identità culturale, tanto che il mondo si può dividere tra Paesi che bevono caffè e quelli che bevono thé (o infusi). Originario dello Yemen, la sua scoperta è tutt’oggi avvolta nel mistero; viene addirittura citata nel Corano, come dono dell’arcangelo Gabriele a Maometto.

La produzione globale di caffè negli ultimi 50 anni è più che triplicata, oggi si consumano nel mondo più di 2,25 miliardi di tazzine ogni giorno, un’industria che fattura 19 miliardi di dollari all’anno. I maggiori produttori sono: Brasile, Colombia, Indonesia, Vietnam, Costa Rica, El Salvador, Etiopia, Jamaica, Guatemala, India, Messico, Nicaragua, Honduras, Ecuador.

Ma tutto questo potrebbe cambiare entro qualche decina di anni. Il cambiamento climatico sta infatti avendo pesanti conseguenze proprio sui Paesi che figurano tra i maggiori produttori mondiali.
Il Climate Institute di Sydney ha recentemente pubblicato uno studio che ha lanciato un grido d’allarme non solo per una delle maggiori industrie globali, ma per una buona parte della popolazione mondiale. A causa del surriscaldamento globale nel 2050 la produzione di caffè potrebbe ridursi della metà.

Sono infatti 25 milioni i piccoli produttori di caffè (circa l’80-90 per cento della produzione complessiva) che risiedono nei 70 Paesi che nei prossimi decenni saranno i più colpiti dal cambiamento climatico globale. Le conseguenze sulla produzione saranno notevoli: eventi climatici estremi danneggiano le coltivazioni sul medio-lungo periodo; le variazioni di temperatura e umidità provocano un aumento dei parassiti e delle malattie. Di conseguenza la qualità e la quantità di caffè prodotta subirà forti oscillazioni, con una curva decisa al ribasso, mentre il prezzo è destinato inevitabilmente ad aumentare.

Questo significa che presto potrebbe finire l’epoca del caffè come bevanda popolare di uso quotidiano. Quella breve pausa dal sapore intenso, quel rito della tazzina al bar come scusa per socializzare o allentare lo stress di una giornata lavorativa rimarrà probabilmente un ricordo di questa generazione. Le prossime vivranno il caffè come un bene di lusso, che poi sarebbe un ritorno alle origini, quando questa bevanda fu importata dal Medio Oriente e diffusa tra le classi agiate d’Europa dai commercianti veneziani.

L’ultima speranza che rimane è che magari, dopo aver letto lo studio australiano, i governi dei Paesi interessati riusciranno ad avviare politiche agricole in grado di spostare gradualmente le coltivazioni in luoghi più protetti, salvando non solo l’economia locale, ma anche le abitudini di qualche miliardo di persone.

Fonti: Cnbc.com

Start typing and press Enter to search

valerio visintin critico mascheratoIl fenomeno vegan ai raggi x