Il suo nome scientifico è Artocarpus altilis, è una pianta della famiglia delle Moraceae che può arrivare a un’altezza di 12 metri, dalle foglie di un intenso verde lucido che ricordano quelle del fico. Cresce spontaneamente nel sud-est asiatico e in molte isole dell’oceano Pacifico.

Gli antenati dei polinesiani, durante uno dei loro vagabondaggi sulle tipiche canoe di legno scavato, scoprirono questa specie arborea nella zona della Nuova Guinea nord-occidentale intorno a 3.500 anni fa. Intuendone le grandi possibilità da un punto di vista alimentare abbandonarono la coltivazione del riso e diffusero l’albero del pane in tutto il Pacifico, a nord del 40° parallelo meridionale. Sotto questa latitudine il clima infatti diventa troppo freddo.

Il suo frutto, della grandezza di un piccolo melone, ha un colore che va dal verde smeraldo al giallo opaco, con una scorza coriacea e rugosa che la fa sembrare la pelle di un dinosauro. La polpa è di colore biancastro e di consistenza farinosa, non fibrosa come una zucca – che pure richiama alla mente – e neppure secca come una patata. Il sapore del frutto ricorda un po’ il pane, ma anche le radici vegetali, con un sentore di nocciola e una sensazione di umido salato che tradisce la sua predilezione per l’ambiente marittimo.
La polpa è ricca di fibre, di antiossidanti, di calcio, ferro, magnesio e potassio. In quanto ai carboidrati un singolo frutto può soddisfare il fabbisogno giornaliero di una famiglia di cinque persone. Una pianta di medie dimensioni può produrre 100 frutti all’anno, una di grandi dimensioni può arrivare a 600.

Oggi un’equipe scientifica delle Hawaii, il Kauai’s Breadfruit Institute, sta cercando un modo per combattere la fame nel mondo partendo da questa pianta di facile coltivazione, che non richiede molta acqua e i cui frutti sono ricchi di sostanze nutritive. C’è un solo inconveniente sulla loro strada: il loro sapore. Niente di drammatico per carità, qualcuno lo definisce semplicemente insipido, tipo i tanto bistrattati cavoletti di Bruxelles degli Anni 60 (non quelli di adesso che sono meglio).

Il personale del KBI è composto essenzialmente da due tipologie di professionisti: scienziati e cuochi. Gli scienziati hanno il compito di selezionare geneticamente una specie che abbia frutti più saporiti e che sia il più resistente possibile ai diversi contesti ambientali del pianeta.
I cuochi invece studiano cosa è possibile fara con la farina ricavata dal frutto, le diverse modalità di cottura e le migliori ricette per esaltarne il sapore.

Il KBI occupa una superficie di 2.000 acri all’interno del giardino botanico tropicale nazionale delle Hawaii e oltre a compiere quel tipo di ricerche si occupa anche di piantare il maggior numero possibile di alberi del pane (attualmente ci sono più di 120 varietà) da destinare all’esportazione nelle aree più povere del mondo, quei luoghi in cui morire di malnutrizione purtroppo è ancora una realtà.
Negli ultimi anni sono stati spediti più di 60.000 alberi di frutto del pane in oltre 30 paesi in Africa, Asia e Caraibi, nel tentativo di contribuire a trovare una soluzione per combattere la fame nel mondo. Se da ogni pianta spedita nasceranno anche solo 10 nuove piante, e da ognuna di queste nuove piante ne nasceranno altre 10, il KBI avrà vinto la sua sfida: cambiare il mondo, partendo da un singolo frutto.

Fonti:
Saveur.com

Start typing and press Enter to search

ArabicChinese (Simplified)DutchEnglishFrenchGermanItalianPortugueseRussianSpanish
osteria francescana primo ristorante al mondo8 segreti per una grigliata perfetta